Negli anni '60 si era fortemente convinti che gli strumenti della tradizione avevano esaurito il loro impegno. Uscivano da una stagione che aveva sofferto di tutte le “consonanze", anche delle “nuove”. Non fu facile per i viandanti delle fasce sonore tralasciare e staccarsi dal già udito. Si imponeva un atto fondativo drastico che mettesse alle spalle tutto, e ci mettesse con le spalle al muro (della sintesi). Il suono di una sinusoide era stabile, cristallino, usciva dall'oscillatore a valvola all'altezza prestabilita e poteva durare all'infinito... una retta sonora. Più rette formavano fasce, poi si potevano glissare in andamenti curvilinei dal basso all'alto, ai suoni più acuti. Il rumore era stato liberato, sdoganato dalla sua condizione negativa e assurgeva a materia viscosa ma uniforme “bianco” anch'esso, era un universo. Tutto ciò confluì sul piano di lavoro del compositore e “composto” si presentava, senza equivoci, come oggetto sonoro, con una sua ponderalità. Si disse allora che la forma nasceva da un metodo di lavoro e ciò si evince ancor oggi all'ascolto di quelle esili costruzioni sonore, acute come lame uditive. Il flaneur si intrattenne per un certo periodo tra le apparecchiature degli studi di fonologia, parlò e poi fece silenzio per molti anni, svanendo... nelle supposizioni di una musica ludica. Ora si ri-compone... documentando.

[E.L. Chiggio - Oggetto sonoro n. 7 - marzo 2002]